Fiori e lambrette smarmittate, una breve storia del nostro 1° maggio

 

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Nel 1818 in Gran Bretagna Robert Owen lanciava la campagne dei tre 8, 8 ore di lavoro, 8 ore di  riposo, 8 ore di tempo libero. La Giornata lavorativa, allora lunga fino a 14, 16 e più ore, non doveva superare le 8. Sulle rotte dell’impero britannico e dei suoi esuli interni nel 1856 l’idea approdò in australia, dove le Trade unions nel 1856 organizzarono lo sciopero per le 8 ore. Sempre sulle navi di lingua anglosassone, le 8 ore giunsero negli USa. I migranti tedeschi di Chicago ne fecero un punto fermo. Il 1° maggio del 1867 a Chicago entrava in vigore la legge per le 8 ore dei lavoratori pubblici, mentre gli altri scioperavano per ottenere altrettanto. 20 anni dopo, il 1° maggio del 1886, venne lo sciopero generale americano del 1° maggio, sempre per i tre 8. A Chicago fu sciopero generale a oltranza. Davanti alla fabbrica McCromick il 3 maggio polizia e guardie private spararono sul comizio, ci furono 6 morti, Il giorno dopo ad Haymarket square durante la manifestazione di protesta, si sparò di nuovo, e caddero in 4. I dirigenti dello sciopero, sindacalisti anarchici, furono arrestati e condannati a morte per impiccagione. Albert Parson, August Spies, Adolf Fischer, Gerorge Engel. Per altri due, Samuel Fielden e Michael Schwab, la pena di morte fu commutata in ergastolo.

Ma dopo poco i sindacati socialisti americani tornarono ala carica, Per il 1° maggio 1890 si proclamò una nuova mobilitazione per le 8 ore. A Parigi il congresso fondativo della seconda internazionale socialista fece propria la lotta e proclamò il primo maggio giornata mondiale di lotta. In Italia le manifestazioni pubbliche furono vietate. Il successo mondiale fu enorme, l’internazionale decise di rendere permanente il 1° maggio. Nasceva la festa dei lavoratori. La richiesta ovunque erano le 8 ore.

In Italia le manifestazioni pubbliche furono vietate fino al 1901. Si festeggiava il primo maggio al chiuso, nei circoli, nelle Camere del Lavoro, di nascosto nelle campagne. Nel frattempo alle 8 ore si aggiunse la richiesta di pane e libertà, poi a inizio ‘900 anche il suffragio universale, poi con la prima guerra mondiale la pace. Nel 1923 il fascismo lo vietò di nuovo, in maniera totale, sia al chiuso che al pubblico. Per 20 anni il primo maggio fu festeggiato con atti di insubordinzaione, mettendosi una cravatta rossa, andando a fare una scampagnata, affiggendo nella notte manifestini e fazzoletti rossi ai lampioni. Il 1° maggio diventava antifascista.

Nel 1945 a una settimana dalla Liberazione, si tennero in Italia due grandi manifestazioni del 1° maggio. A Milano il CLNAI chiese grandi cambiamenti politici, democratici, e la fine della monarchia. A Roma la CGIL con Di Vittorio chiese cambiamenti politici, istituzionali ma anche sociali, Il popolo lavoratore voleva uscire dalla povertà.

Fin dall’immediato secondo dopoguerra le organizzazioni sindacali furono all’opera per rimettere in campo la celebrazione della festa dei lavoratori, abrogata durante il periodo fascista. Con la Repubblica il Primo maggio poteva riprendersi il suo posto centrale, sancito anche dal carattere di festa nazionale ad esso attribuito dalle istituzioni. Ma la festa del lavoro nell’Italia repubblicana non rinacque solo come momento politico ed istituzionale, ma assunse significati e rappresentazioni assai più ampi e partecipati, diventando uno specchio della società italiana nelle sue diverse epoche.

La festa del lavoro da giornata di astensione dal lavoro e di mobilitazioni si andò allargando, includendo momenti di socialità e manifestazioni capaci di mettere in scena la stessa “cultura” del lavoro, assunse al suo interno eventi sportivi e momenti ludici come i balli, la musica, la cucina, diventò una festa popolare a tutti gli effetti, come le antiche sagre e feste di paese, da cui trasse forza e ramificazioni sul territorio. Agli aspetti politici si andò col tempo affiancando anche una ritualità, un diventare “tradizione” della festa, attraverso un percorso si adattamento e mutamento che ci ha lasciato in eredità oggi un complesso di consuetudini, come la distribuzione dei garofani rossi, radicate nella cultura antropologica di larghe fasce sociali.

Nel pistoiese la festa ha da sempre avuto il suo momento centrale nel corteo che si svolge nel capoluogo Pistoia, senza però perdere il carattere di radicamento locale, di ramificazione capillare, che si esplica nelle tante più piccole manifestazioni che si svolgono nelle altre città e paesi della provincia.

Il corteo di Pistoia, salvo qualche minimo cambiamento di percorso, è da sempre lo stesso, una sfilata per le vie del centro cittadino con l’arrivo finale nella piazza del Duomo. La partenza è sempre stata davanti alla sede della Camera del Lavoro. Fin dagli anni ’50 emerge con forza la pratica di non far sfilare solamente i lavoratori e le lavoratrici, ma anche i simboli del loro lavoro, i trattori per le campagne e gli autobus prodotti nella fabbrica cittadina, la Breda. Questi mezzi “meccanici”, come venivano chiamati, servivano a dare una dimostrazione di modernità, ad attirare i giovani e, nel caso della Breda, a mostrare con orgoglio alla città il prodotto della fatica degli operai. La prima parte del corteo è stata di norma riservata ad una rappresentazione più “politica”, assegnata agli striscioni con i messaggi di più stringente attualità e alle rappresentanze dei lavoratori, specie di quelli in lotta nelle proprie aziende.

Intorno al corteo si sono però svolte nei decenni una miriade di eventi collaterali, dalla lotteria alla gara e al torneo sportivo, dalle mostre di pittura alla gara di ballo, con il corollario di cene e feste. La banda cittadina è stata chiamata fin dall’inizio a dare il suo contributo, quasi a simboleggiare con la sua stessa presenza l’adesione della città, insieme ai gonfaloni delle istituzioni. La festa è penetrata in profondità nella società locale, come dimostra anche il suo farsi riflesso delle trasformazioni sociali dell’Italia e degli italiani così come delle passioni politiche. Con quest’ottica vanno letti i tanti, precisi e puntuali, segnali della Storia che si ritrovano nelle cronache della festa, dall’operaio che in una riunione nel 1968 chiede maggior attenzione agli studenti alle diatribe tra i vecchi sindacalisti ed i più giovani, che pretendono di sfilare nel corteo con le loro lambrette “smarmittate” nel 1969, una nota che può sembrare di costume ma che ci racconta, con una battuta, un cambiamento epocale.

E sempre su questa scia va letto il prepotente ingresso del femminismo in piazza del Duomo nel 1977, quando un gruppo di donne dette fuoco al manichino di una strega, dando vita a reazioni impreviste e inaspettate, come quelle della CISL che si schierò dalla loro parte a differenza del PCI che le contestò.

Grande risalto ha poi costantemente assunto il carattere unitario del lavoro. La spinta all’unità dei lavoratori nel giorno della loro festa si ritrova nei discorsi preparatori tutti gli anni, unita ad un’attenzione a far si che fosse il lavoro, con i suoi problemi, il vero protagonista della giornata, prima e sopra la politica, mai disdegnata ma nemmeno mai sopra al lavoro. Da qui le continue attenzioni e cure contro le strumentalizzazioni, da qui una costante e lunga ricerca di una celebrazione unitaria tra le organizzazioni sindacali. Una ricerca che a fine anni’60 era sempre più pressante, all’alba di una grande stagione di lotte, di riforme e di cambiamenti, tale da suscitare anche l’intervento delle Istituzioni a suo favore. L’unità nelle celebrazioni fu raggiunta a piccoli passi e faticosamente, dapprima con l’adesione delle ACLI al corteo della CGIL nel 1970, seguita l’anno dopo da quella della CISL, mentre la UIL ancora se ne teneva fuori, duramente criticata mentre si cercava di allargare la spinta unitaria anche agli studenti, invitati ufficialmente con una lettera del 1971 a prender parte al corteo. Solo tra il 1972 ed il 1973 aderiva anche la UIL, dapprima con alcune categorie e poi con tutta la confederazione. Ma l’unità è sempre stato un risultato da tener stretto e faticoso da mantenere, rimesso in discussione nel decennio dopo dalla CISL, che nel 1984, in seguito al decreto di San Valentino, sfilava via nonostante fosse duramente criticata dalla Chiesa locale, che dal 1979 aderiva alla giornata organizzando la santa messa nella cattedrale. Un ferita che si sanava solo quattro anni più tardi, nel 1988, quando nuovamente il primo maggio tornava ad essere celebrato in maniera unitaria.

In questi anni il carattere di festa popolare non è mai andato perso, venendo semmai testimoniato da una continua attenzione alla cura del Primo maggio in questo senso, cercando di inserire elementi nuovi e adatti ai tempi, come la festa per i bambini nel 1989, o gli interventi per ricordare che i trattori non sono solo folklore ma raccontano quel mondo agricolo, una volta così importante e nel giro di pochi anni già dimenticato.

Una festa che è uno spaccato d’Italia dunque, e di storia italiana, che dimostra a tutt’oggi la sua forza e persistenza, ma che non va mai data per scontata, frutto del lavoro di tante generazioni di uomini e donne.

[le notizie relative alla storia del 1° maggio nel pistoiese sono state tratte dall’Archivio storico della Camera del Lavoro di Pistoia]

Stefano Bartolini

 

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